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Mentre Nico Acampora racconta del primo ristorante di PizzAut, di suo figlio Leo e di sua figlia Giulia, di sua moglie Stefania, dei quarantuno tra ragazzi e ragazze autistici che lavorano con lui, ha gli occhi che sorridono. Chissà se l’ha imparato lì, nei suoi ristoranti, a sorridere con tutto il corpo.
Napoletano di nascita, Nico ha vissuto sempre in Lombardia, in quell’hinterland milanese dove le cose sembrano più difficili. E proprio lì in quella periferia urbana si è fatto strada un cambiamento, e Nico se n’è fatto carico. Fin da quella notte in cui, qualche anno dopo aver ricevuto la diagnosi di autismo per suo figlio Leo, si sveglia di soprassalto e chiede a Stefania: «Dobbiamo aprire un ristorante gestito da persone autistiche». E comincia un sogno, di quelli che, come dice lui, non bisogna calpestare.
Certo, non è stato facile cominciare, muovere i primi passi. Quando qualcosa comincia, c’è sempre chi ti dice che è impossibile. E a Nico l’hanno detto molte volte, hanno sbattuto tante porte in faccia, eppure non si è mai arreso. Sapeva che non era utopia, la sua, ma un sogno appunto in cui credere e far credere. Aveva visto il suo progetto realizzarsi nelle mani del piccolo Leo che spalmava la salsa di pomodoro sulla pizza insieme alla mamma. PizzAut, con i suoi due ristoranti, si è trasformato da sogno in realtà.
Oggi, con seicentomila persone autistiche in Italia e ben poche attività capaci di farle crescere davvero, PizzAut è diventato un faro di speranza per tutte quelle famiglie che per tanto tempo si sono sentite sole e in difficoltà.
Nico sa bene che la strada è ancora lunga. Ma il suo obiettivo non è mai stato fare tutto. Semmai, era dimostrare che qualcosa, anche se diranno che è impossibile, si può fare e fare bene.
Dietro le quinte



